Il passaggio tra seicento e settecento è stato un periodo di rinnovamento nella pittura italiana e Gregorio De Ferrari è stato uno degli interpreti più rappresentativi di questo momento storico. Nel seicento trionfa l’arte barocca e il De Ferrari è tra i massimi esponenti di questo stile.  Il quadro qui raffigurato è una sacra famiglia dove Maria tiene sulle ginocchia il Bambino mentre San Giuseppe lo fa giocare con un grappolo d’uva. La scena si inquadra nell’ambito della pittura di genere. Questa corrente artistica si caratterizza per scene popolari tratte dalla vita di tutti i giorni, dove i protagonisti sono umili persone. Se non fosse per le areole che indicano la santità delle tre figure questa sarebbe una comune scena di vita famigliare della fine del seicento. La componente figurativa si completa con la presenza, in basso a sinistra, di due angeli che portano un piccolo canestro di frutta.

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Gregorio De Ferrari - Riposo nella fuga in Egitto - olio su tela - cm 92 x 132 (collezione privata)

Il quadro è stato composto in maniera mirabile e questo costituisce una conferma che siamo di fronte ad un’opera di un importante pittore. Al centro del quadro ci sono i volti delle tre figure principali e il grappolo d’uva. Interessante è la dinamica degli sguardi: San Giuseppe e Maria guardano Gesù. Il Bambino protende la mano e guarda il grappolo d’uva. Anche gli angioletti guardano la scena. Questo gioco di sguardi, tutti concentrati su Gesù, mettono quest’ultimo in una posizione di centralità. Si tratta di una centralità non geometrica come avveniva nelle opere del Rinascimento; qui c’è una centralità di sguardi. L’osservatore resta incantato ed è portato a guardare dove guardano gli altri, quindi lo sguardo corre verso la testa del Bambino, la Sua mano e il grappolo d’uva.

Il quadro presenta un ottimo equilibrio formale. In alto a sinistra c’è un paesaggio monocromo dal cielo estremamente chiaro ed è bilanciato in basso a destra dal morbido panneggio bianco della Vergine.

Anche gli angioletti sono stati dipinti in modo straordinario: i volti sorridenti sono in luce, mentre il corpo dell’angelo più laterale è in ombra. Pure in questo caso c’è un perfetto bilanciamento con una roccia parzialmente coperta da foglie in alto a destra, anch’essa parzialmente in luce. Questi li ritengo particolari importanti, l'autore ha il merito di aver evitato ampi spazi in ombra, quindi totalmente scuri, che avrebbero sicuramente appesantito l’opera.

La scena è molto ricca in particolari.
La frutta che i due angioletti hanno estratto dal canestro e il canestro stesso possono essere considerati una natura morta. Sono uva, pere, ciliege che rendono interessante la parte inferiore dell’opera.  

Il presente quadro è conservato in una collezione privata ed è stato esaminato dal prof. Giancarlo Sestieri che lo ritiene opera certa di Gregorio De Ferrari. Colloca l’opera alla fine del seicento. Gregorio ebbe l’occasione di vivere per alcuni anni a Parma (si pensa tra il 1669 e il 1673) e durante tale soggiorno potè ammirare le opere del Correggio. Sappiamo che Antonio Allegri è stato un maestro che ha saputo utilizzare i giochi di luce meglio dei suoi contemporanei. Questo quadro si ritiene che sia stato dipinto dopo che Gregorio De Ferrari fece ritorno a Genova.

Il De Ferrari, a Genova, andò a vivere nel quartiere di San Leonardo, utilizzò lo studio del pittore Domenico Piola, più anziano di lui col quale collaborò attivamente e convolò a nozze con una delle sue figlie: Margherita Piola. 

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