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Rassegna di pittori italiani

Solo quadri di artisti che utilizzano un linguaggio pittorico chiaro e aderente alla realtà.  Immagini, ma anche conversazioni e saggi su tecnica e interpretazione della pittura e della storia dell'arte.

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La celebre natura morta “fruttiera di persici” di Ambrogio Figino è stato il quadro che ho utilizzato per iniziare una rubrica dedicata all'arte sulla rivista Diagnosi e Terapia del novembre 2016.   http://www.det.it

Proviamo a pensare ad una vita senza salute, a quel punto anche l’Arte perderà d’interesse. Tutti siamo d’accordo nel dire che la salute è un bene essenziale, ma l’Arte viene subito dopo perché ci eleva spiritualmente.

Che cosa sia la salute è intuitivo ma “che cos’è l’Arte?” è una domanda molto difficile. Contrariamente a tutti quei “professori” che sanno riconoscere le opere d’Arte io ho sempre chiarito che la parola Arte è indefinibile. Quindi occorre molta cautela nell’enfatizzare un’opera.

In questa rubrica affronteremo solo alcuni aspetti dell’Arte pittorica. Ritengo che un quadro debba esprimere concetti, la pittura è una lingua con una sua precisa morfologia e sintassi. Come tutte le lingue serve per esprimere il pensiero di un uomo e comunicarlo agli altri. Il bravo pittore è colui che raggiunge l’eccellenza nell’espressione. Inoltre sono del parere che si possa valutare con onestà intellettuale ogni cosa, ma è più facile farlo su ciò che appartiene al passato.

 Figino Ambrogio fruttiera persici

Fruttiera di persici (pesche), Giovanni Ambrogio Figino, olio su tavola, cm. 21x29,4

 

Un quadro molto noto col quale ho aperto la pagina dedicata all’arte su Diagnosi e Terapia è la “fruttiera di persici”  di Ambrogio Figino (Milano 1553/ Milano 1608).

Questo quadro è considerato come un dipinto del 1593, ma uno studio di Giacomo Berra lo fa risalire almeno due anni prima, cioè 1591 (1).  Le considerazioni del Berra, esposte in un articolo del 1989, sono molto precise. Egli pensa che l’opera sia stata eseguita nel 1591, anno in cui venne pubblicato un trattato “Il Figino ovvero del fine della pittura” scritto da Gregorio Comanini (Mantova circa 1550 – Mantova 1608). Il Comanini ha esaltato le pesche dipinte dal Figino ed ha riportato questa poesia.  

Madre a noi fu Natura in sul secondo ramo: noi figli a la Pittura, frutti in legno infruttifero qui siamo.
E pur s’al voler credi, spira odor ciò che vedi: e molli, e dolci, e morbidetti ogn’hora l’occhio tuo ne divora.
O’ gentil accortezza De la man che eternò fragil bellezza.

Berra compie un semplice ragionamento: il Comanini ha descritto proprio il quadro qui rappresentato in un trattato che è stato pubblicato a Mantova nel 1591 pertanto la “Fruttiera di persici” è stata dipinta in quell’anno o prima.

Con queste appropriate considerazioni del Berra ritengo corretto considerare la "fruttiera di persici" come la prima natura morta italiana e del mondo. E’ noto un quadro di Blas del Prado, un pittore attivo a Toledo, che nel 1593 dipinse un'opera avente come unico soggetto della frutta dal titolo “lienzos de frutas”.

Il quadro del pittore milanese è un dipinto ad olio di elevata qualità avente per soggetto unicamente elementi inanimati; raffigura un vassoio d’argento con sopra alcune pesche ed è stato dipinto almeno due anni prima di quello di Blas del Prado.

Occorre tener presente che Ambrogio Figino, come tutti i suoi contemporanei, concepiva la pittura come un’Arte aulica. Il pittore era colui che con le sue opere conferiva l’immortalità ai soggetti che raffigurava.  Egli dipinse ritratti di personaggi famosi, scene mitologiche, opere sacre. Ovviamente la committenza del post-rinascimento chiedeva questo tipo di opere e lui si adeguava.

Posso immaginare che un giorno degli ultimi anni del XVI° secolo nella polverosa bottega di Ambrogio siano entrate delle pesche. Come si conservavano le pesche nello studio di un pittore manierista? Su un piatto d’argento. Ecco che in mezzo alla confusione di quell’ambiente il cibo, in particolare la frutta fresca, assume molta importanza. Le pesche sono state disposte su un piatto d’argento e lasciate in bella vista. Forse questa scena si sarà ripetuta più volte in quella bottega. Forse per caso, forse per fare una prova, Ambrogio decise di utilizzare quelle pesce come modello.

Tutto questo induce a non poche riflessioni.

Come ho detto la pittura serviva per conferire immortalità agli uomini, quindi era una pittura esclusivamente figurativa. Aver dipinto un quadro di soli oggetti è stato per il tempo un fenomeno autenticamente rivoluzionario. Il soggetto non è più una persona o un santo o una divinità, ma semplicemente del cibo.

La frutta fresca, in particolare frutta senza imperfezioni, era una delle fonti principali di nutrimento e pertanto simbolo di salute.

Dove veniva conservato il cibo? Su un piatto pulito d’argento. L’argento è il metallo più nobile con quale si realizzavano gli oggetti per la tavola. Anche questo ci fa capire quanto fosse importante la frutta fresca, non avariata, in quel particolare contesto storico.

Questo quadro è un inno alla frutta fresca e sana. Noi sappiamo che nella dieta la frutta è di fondamentale importanza per fornire un sano apporto vitaminico e glucidico. Sicuramente le conoscenze chimiche di Ambrogio non erano quelle di oggi, però aveva intuito che quelle pesche reclamavano rispetto. Esigevano anche qualcosa di più. Dipingendole ad olio, cioè con una tecnica che dura nel tempo, le ha rese immortali.

Quale messaggio è contenuto in questo quadro?  - Tutto dipende dalla salute.-   Ambrogio Figino esprime questa importanza in tre modi:
1- presentando le pesche su un piatto d’argento ;
2- dipingendo, per la prima volta, un quadro non figurativo avente per soggetto frutta fresca e
3- conferendo alle pesche mature e sane l’immortalità grazie alla pittura ad olio.

E’ questa un’opera che ho definito rivoluzionaria; è il primo quadro di natura morta completamente inanimato. Il soggetto sono alcune pesche e foglie di vite sopra un piatto d’argento.

Va a Roberto Longhi il merito di aver ampliato le opere certe di Giovan Ambrogio Figino. Nel luglio 1967 sulla rivista PARAGONE ha pubblicato un articolo nel quale descrive l’unica natura morta certa sino ad oggi pervenuta del Figino (2).

Sulla faccia posteriore della tavola si leggono questi versi

  Queste sì vage poma
Non son d’arte fattura
Che a far opre sì belle Arte non vale
Né può tant’anni conservar
Natura Frutto caduco e frale,
che brevissimi giorni appena dura;
ma questa è sol, Figin,
forza e possanza del tuo stile immortale,
che l’Arte vince e la Natura avanza.

Vicino all’ultimo verso c’è scritto: JO: AMBROSIJ FIGINI OPUS.

Il Longhi ha ritenuto che i caratteri della scrittura siano tardo cinquecenteschi, quindi verosimilmente scritti da un contemporeano di Ambrogio Figino o dallo stesso pittore. E’ possibile che questa scrittura sia stata rinforzata successivamente. Non si conosce l’autore dei versi.

Nel 1968 Roberto Paolo Ciardi ha pubblicato una monografia su Ambrogio Figino (3). Egli ha scritto che la natura morta con pesche era una parte importante della vasta produzione di questo pittore milanese. Purtroppo non si conoscono altre nature morte dipinte con certezza dal Figino. Sappiamo che questa tavoletta venne descritta nell’inventario predisposto da Guido Antonio Mazenta nel 1672. La natura morta è stata così descritta: "una fruttiera di persici con foglie di vite, in tavolo, d’on. 6: al n. 30, del Figino."

Il dipinto fu venduto dai Mazenta di Milano alla famiglia Pinetti di Bergamo. Per molto tempo non si seppe più nulla; poi comparve nella collezione della famiglia bergamasca Lorenzelli.

Sono interessanti gli studi eseguiti su questa originalissima tavola da Lanfranco Ravelli (4) e da Luigi Salerno. Quest'ultimo nel 1984 ha pubblicato un autorevole volume sulla natura morta italiana e nella parte dedicata a Figino cerca di spiegare il significato simbolico dell’opera (5). 

Egli sostiene che la pesca assomiglia ad un cuore e, se ha una foglia sola, questa simboleggia la lingua. Cuore e lingua, ovvero “la lingua del cuore” è la sincerità. Questa interpretazione simbolica non la trovo corretta, in quanto le foglie sono di vite e non di pesca. 

Il Salerno sostiene che le pesche sono un frutto dell'estate, un segno di abbondanza, un sostegno alla carità, all’amore verso il prossimo e più in generale un segno del benessere. Sono d'accordo con queste ultime interpretazioni. Giovanni Ambrogio Figino con la "fruttiera di persici" ha reso immortale la frutta fresca e sana, dipingendo così un inno alla salute.

 

 

Bibliografia:

1 - GIACOMO BERRA, Contributo per la datazione della “Natura morta con pesche” di Ambrogio Giovan Ambrogio Figino. Pesche e foglie di vite sopra un piatto metallico,   in Paragone, 1989, n. 469, pagine. 3-13; 

2 - ROBERTO LONGHI, Anche Ambrogio Figino sulla soglia della natura morta,  in Paragone, n. 209, luglio 1967 pagine. 18-22;

3 - R. P. CIARDI, Giovan Ambrogio Figino  - Firenze 1968, tav. II, pagine. 104-105, 55;

4 - LANFRANCO RAVELLI, Giovan Ambrogio Figino - Pesche e foglie di vite sopra un piatto metallico, in "Vanitas" Bergamo, 2007.

5 - LUIGI SALERNO, La natura morta italiana, 1560-1805, - Roma 1984, tav. 4.1, pagine. 16-17; 

 

 

 

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Un articolo sulla "fruttiera di persici" di Ambrogio Figino, è presente sul numero 9 del 20 novembre 2016 a pagina 11

Figino Ambrogio fruttiera persici

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