quadriitaliani.it

Rassegna di pittori italiani

Solo quadri di artisti che utilizzano un linguaggio pittorico chiaro e aderente alla realtà.  Immagini, ma anche conversazioni e saggi su tecnica e interpretazione della pittura e della storia dell'arte.

Telefono (+39) 3358040811

Arte e Salute

Ho avuto l’occasione di entrare al Policlinico Umberto I° di Roma e sono rimasto colpito da una serie di interessanti dipinti eseguiti da Roberto Fantuzzi nel periodo tra le due guerre. Siamo in un momento storico dove erano molto diffusi i quadri astratti e altre tele prive di significato. Ma come in tutti i periodi storici ci sono sempre persone che non seguono le mode. Roberto Fantuzzi (1888 – 1976) ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, poi ha vissuto per parecchi anni in Sud America. Si è dedicato alla pittura di figura cercando di proporre quadri particolarmente precisi nella ritrattistica e nell’ambientazione. Molto interessante è anche l’utilizzo della luce, spesso dipinge interni con luce proveniente da una finestra. Sicuramente è un artista che ha compreso le lezioni del rivoluzionario Caravaggio. Una sua opera del 1924: “Scociedad Uruguaya de Pediatria” ebbe molto successo; su un'unica tela ha ritratto con estrema precisione 33 pediatri. Fantuzzi tornò in Italia su invito dell’ortopedico prof. Vittorio Putti ed eseguì molti quadri figurativi. In particolare dipinse ritratti di grandi medici, di cattedratici, di pontefici ed altri personaggi della sua epoca. La caratteristica peculiare di Fantuzzi è stata quella di curare tutti i particolari dei personaggi; anche le figure di secondo piano sono dipinte con notevole accuratezza. Negli anni trenta ha lavorato al Policlinico romano ed ha dipinto più di dieci quadri che sono esposti in diversi padiglioni dell’Università. 

Il quadro che presento è quello del prof. Cesare Frugoni e dei suoi allievi. In questo dipinto vediamo una visita in corsia dove il letto della paziente è stato portato vicino alla finestra. In quegli anni non esistevano gli antibiotici e si usava approfittare delle belle giornate con la speranza che i raggi solari potessero essere d’aiuto per gli ammalati molto gravi.

fantuzzi roberto frugoni policlinico roma umberto primo

Roberto Fantuzzi: Ritratto del prof. Cesare Frugoni e dei suoi allievi.
Olio su tela. 
Da una fotografia del prof.Luca Borghi per Himetop- The History of Medicine Topographical Database (
himetop.net)

 

Leggi tutto: Se non sempre guarire si può, sempre consolare si deve

Pensieri tristi possono attraversare la nostra mente e questo è naturale quando perdiamo una persona che amiamo, oppure quando la vediamo soffrire per una malattia. Anche la mancanza del lavoro o perdite di beni materiali sono spesso motivo di sconforto. C’è però una malattia che spinge le persone ad essere tristi senza un valido motivo: è la depressione. La depressione ingigantisce i problemi, amplifica le incomprensioni e porta tristezza nel nostro animo. La persona depressa perde la capacità di reagire ai momenti difficili e cade in uno stato di torpore dal quale non riesce ad uscire. Siamo di fronte ad una malattia molto frequente, colpisce più le femmine che i maschi. Ci sono poi forme di depressione tipiche delle donne e gli uomini fanno fatica a comprendere: mi riferisco alla depressione dopo un parto o dopo un aborto, specie se spontaneo. E’ difficile entrare nei complessi meccanismi che spingono l’attività cerebrale a ripercorrere costantemente pensieri tristi. In queste persone, a volte, c’è un attimo di felicità, ma è come un lampo durante un temporale.

Nei depressi la malinconia turba i loro pensieri, questo è un evento che non sappiamo spiegare e forse non lo comprenderemo mai. La tendenza alla depressione la vedo come una delle differenze non sessuali tra uomo e donna. L’uomo, di solito, supera meglio i suoi momenti tristi. La donna tende ad interiorizzare il suo dolore, e questo si accresce sempre di più. Nel rapporto uomo/donna sono soprattutto gli uomini che devono per primi sospettare questa malattia nel partner. Come sempre un problema emerge e lo si può affrontare solo se lo si conosce e lo si sospetta al momento opportuno.

hayez francesco pensiero malinconico malinconia tristezza risorgimento

Francesco Hayez: Malinconia. Olio su tela, cm 138x101,
Pinacoteca di Brera, Milano.

 

Leggi tutto: Pensiero malinconico di Francesco Hayez

Il dipinto di questo mese vuole essere un omaggio ad un grande medico che non tutti conoscono. Nell’acquerello di questo pittore anonimo è rappresentata una corsia del reparto ginecologia del più importante ospedale di Vienna nella prima metà dell’ottocento.

Anonimo Ignaz Semmelweis

Anonimo, "Ospedale di Vienna e Jgnác Semmelweis", acquerello 

 

E’ interessante spiegare questa storia dalle sue origini. Il prof Joann Klein nel 1834 aveva assunto l’incarico di direttore della prima clinica ostetrica di Vienna, e pochi anni dopo aveva creato una seconda clinica diretta dal dott. Bartch con una assistenza medica di livello inferiore e dove a far partorire le donne erano le ostetriche. Il medico a cui dedico questo articolo è di origini ungheresi, si chiama Jgnác Semmelweis (1818-1865), aveva studiato ginecologia nell’ospedale di Vienna e lì si era specializzato nel 1846.  Egli aveva notato che nella prima clinica le donne che presentavano febbri puerperali erano più numerose rispetto a quelle che venivano ospedalizzate nella seconda clinica. Queste febbri erano molto pericolose, in quel periodo non esistevano gli antibiotici e di conseguenza erano responsabili di una elevata mortalità. La differenza tra le donne morte nella prima clinica e quelle decedute nella seconda era notevole: circa di 10 a 1. Cercò di studiare il fenomeno. Notò che nella prima clinica viennese erano sempre i medici a visitare le partorienti e ad aiutarle nel momento del parto. Nella seconda clinica l’assistenza era fornita quasi esclusivamente dalle ostetriche. Osservò che le ostetriche si lavavano diligentemente le mani, pratica del tutto trascurata dai medici della prima clinica.

Nell’anno 1847 Semmelweis diede ordine a tutto il personale medico e non medico della prima clinica di lavarsi le mani con ipoclorito di calcio. La mortalità scese rapidamente (459 decessi nel 1846 contro i 176 decessi dell’anno seguente). Nel 1848 la mortalità fu ancora più bassa e raggiunse solo l’1% delle pazienti ricoverate, percentuale del tutto sovrapponibile a quella della seconda clinica.

L’infezione puerperale veniva diffusa soprattutto perché i medici eseguivano autopsie sulle donne decedute e, non lavandosi le mani, trasmettevano infezioni durante le visite in corsia. Indirettamente Semmelweis aveva accusato i medici di essere responsabili della diffusione di malattie infettive. Il mondo accademico viennese reagì con estrema decisione. Le teorie di Jgnác Semmelweis vennero considerate sbagliate e offensive; venne rapidamente licenziato. Nella clinica si continuò a lavorare con i vecchi metodi e le morti ripresero a salire.

Occorre tener presente che nella prima metà del secolo XIX la contaminazione batterica non era ancora stata dimostrata.

Dopo il licenziamento la vita di Jgnác Semmelweis ebbe un rovinoso declino, egli era convito della sua idea e continuò a sostenerla. Tutto il mondo scientifico di allora si scagliò contro di lui. Venne considerato pazzo e rinchiuso in un manicomio ove morì nel 1865, forse anche in seguito a percosse.

Il dipinto mostra Jgnác in abito scuro in alto a sinistra, accanto a tre giovani medici. Non si tratta di un’opera artisticamente importante, ma è estremamente significativa per comprendere quanto sia grande l’ignoranza umana. Nemmeno di fronte all’evidenza della morte il mondo scientifico del tempo volle piegarsi.

Ricordo che nel 1864 Pasteur dimostrò la contaminazione batterica e pubblicò i suoi studi. Fu proprio questo grande microbiologo francese ad approfondire le teorie del ginecologo ungherese e nel 1879 Louis Pasteur spiegò al mondo scientifico che Semmelweis aveva ragione. 

 

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Diagnosi & Terapia  

Ti potrebbe interessare anche:

Giovanni Meschini 

Questo articolo è stato scritto nel ricordo del 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci ed è stato pubblicato sulla rivista Diagnosi & Terapia nella rubrica "Arte & Salute" a cura di Carlo Govoni . Vedi w w w. det. it   n. 4 anno 2019.

 

leonardo da vinci autoritratto torino libreria reale 1510 1515

Leonardo da Vinci: autoritratto. Sanguigna su carta. 
Biblioteca Reale, Torino

 

Il 2 maggio 1519 moriva a soli 67 anni ad Ambois in Francia l’uomo più eclettico e geniale di tutti i tempi: Leonardo da Vinci. Ho voluto ricordare questo grande artista perché è doveroso, in una rubrica che parla di due argomenti come l’arte e la salute, non ricordare un artista che ha impresso una svolta epocale nella pittura ed è stato anche un grande fisico, anatomico e scienziato. La grandezza di Leonardo la vedo soprattutto negli studi fatti sulle caratteristiche del volo umano. Egli ha compreso perfettamente che sull’aria ci si poteva appoggiare. Questa scoperta non è riuscito a concretizzarla col volo a motore, ma l’ha tradotta in pittura realizzando per primo quadri in prospettiva aerea. In più di una occasione ho espresso la mia profonda ammirazione per il genio toscano, capace di esprimere la profondità di campo dei suoi paesaggi utilizzando solo il colore.

Oggi non voglio scrivere su ciò che ha fatto, ma vorrei soffermarmi sulla persona di Leonardo. Presento il suo autoritratto, un disegno a sanguigna conservato a Torino e molto conosciuto. Quello che colpisce è l’aspetto fisico, chiunque vede quest’opera la definisce come il ritratto di un vecchio. Leonardo ha fatto il disegno quando aveva tra 60 e 63 anni e la persona che vediamo ci sembra un ottantenne. Non credo che il grande genio si sia ritratto con sembianze fisiche invecchiate. Lui era così. In questi cinquecento anni si è modificata la vita umana, è cambiato l’uomo ed è anche cambiato il modo di invecchiare. Nell’autoritratto vediamo rughe frontali, palpebre inferiori molto lasse, solchi naso genieni scavati che in un sessantenne di oggi non vediamo mai.

Leggi tutto: Leonardo da Vinci e l'invecchiamento fisico

Il terzo giorno di Febbraio è l’anniversario del martirio di San Biagio, un medico e vescovo, molto venerato sia dai fedeli cattolici che da quelli ortodossi.

Biagio nacque a Sebaste (o Sebastea), in Armenia, Asia Minore, attorno alla metà del terzo secolo d.C.  E’ stato un ottimo medico e si ricordano di lui diversi episodi. Curò un bambino che stava per soffocare togliendogli una lisca di pesce dalla gola. 
Biagio era credente e si distinse anche tra i cristiani della sua città, pertanto venne nominato Vescovo di Sebaste. Si prodigò in molte attività e cercò di aiutare le persone bisognose nella sua duplice veste di medico e di Vescovo.

Nel 313 venne proclamato l’editto di Costantino che tollerava la liberà di culto dei cristiani. In quegli anni Costantino era l’Imperatore di Occidente, mentre ad Oriente regnava Licinio. L’editto venne accolto anche dall’Imperatore d’Oriente, però venne applicato con dei ritardi. Nel corso di una persecuzione contro i cristiani d’Armenia venne catturato e gli venne chiesto di rinnegare la sua fede. Egli si rifiutò e venne condannato a morte, prima torturato e poi, il 3 Febbraio 316, venne decapitato.

Della sua vita ne parlano i biografi religiosi ma è anche stato citato in uno dei più antichi libri di medicina: i “Medicinales” scritti da Ezio (o Aezio) di Amida (IV° secolo).

Per ricordare San Biagio ho scelto un quadro di un pittore non noto al grande pubblico: il modenese Geminiano Vincenzi (1770-1831).

rubiera reggio emilia modena san biagio donnino concordia altare maggiore chiesa parrochiale geminiano vincenzi carlo govoni

E’ sufficiente guardare la fotografia qui a lato e tutti capiscono che è opera di un grande artista, molto bravo nella composizione, nell'anatomia e abile nelle scelte cromatiche. Il quadro è una pala d’altare che si trova nella chiesa parrocchiale di Rubiera, una cittadina a metà strada tra Reggio Emilia e Modena. L’opera raffigura in basso a sinistra Santa Concordia; di fronte a Lei San Biagio, riconoscibile per il manto rosso e la mitra da vescovo. In secondo piano San Donnino, si identifica facilmente perché indossa le vesti di soldato romano. Vincenzi ebbe l’accortezza di dipingere San Biagio con un libro in mano. Nell’iconografia cristiana il libro simboleggia la cultura e giustamente un medico era considerato un uomo particolarmente colto. E’ interessante il gioco di sguardi che parte da Santa Concordia per arrivare alla Vergine col Bambino, anche questo particolare ci fa comprendere le capacità artistiche di Geminiano Vincenzi.

San Biagio è stato un Santo molto importante tra i cristiani. La chiesa cattolica l’ha inserito tra i 14 Santi Ausiliatori, cioè tra quei Santi che vengono invocati dai fedeli per avere un sostegno nel caso di malattia. Oggi San Biagio viene venerato come patrono di molte città, ma soprattutto è conosciuto come il patrono dei medici otorinolaringoiatri.

 

 

2 san biagio govoni

 Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Diagnosi & Terapia n. 2 del Febbraio 2018 a pag.50.



 

Ti potrebbe interessare anche:

Antonio Fontanesi

La scuola di Barbizon è tra i movimenti artistici più importanti del XIX° secolo

Arte e Salute - una rubrica dove attraverso la pittura si parla della salute

Pagina 1 di 2

Joomla templates by Joomlashine